BIOGRAFIA - Fondazione Fortunato Seminara - Maropati (RC)

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Fortunato Seminara nacque a Maròpati il 12 agosto 1903, da Michele e da Pasqualina Nasso, una famiglia di contadini e piccoli proprietari terrieri.

<<< Io nacqui in agosto. Le mogli dei contadini, sia perché sono sane e vigorose e si rimettono presto dalle malattie, sia perché sono costrette dalla necessità, dopo il parto non restano a lungo a covare nel letto: prendono il pargolo in braccio come un fagotto, o lo adagiano in una cesta e vanno al lavoro. Ora forse gli agi, consentendo maggiori riguardi, hanno reso le donne meno sollecite; ma una volta avveniva così. E mia madre, che era una contadina, portò presto in campagna il suo primo nato. Raccontava che la sera del primo giorno, tornando a casa, era stata rimproverata aspramente dalle parenti messe in apprensione e indignate dal vedermi le guance arrossate dalla vampa del sole. Mia madre, sposa appena ventenne, era ingenua e inesperta. Poi venne l’autunno e l’inverno, recando coi frutti nuove fatiche. Durante la raccolta delle olive, che si protraeva fino alla primavera, mia madre mi portava con sé in campagna e mi adagiava sulla terra nuda. La necessità dell’allattamento le impediva di affidarmi alle cure di parenti.
A quei tempi le madri allattavano i figli un periodo minimo di sei mesi e anche un anno, ove le loro condizioni di salute lo permettessero, finché i seni si prosciugavano.
Io crebbi senza mollezze, né carezze. Forse da questa privazione è derivato un bisogno intenso di tenerezza, per cui ho sempre sollecitato, quasi mendicato l’amore delle donne, e che dopo una lunga vita è ancora rimasto insoddisfatto. Da chi doveva essermi elargito quel dono se non da mia madre? Ma mia madre, tutta presa dal lavoro in campagna, aveva poco tempo da dedicare a me. In casa mia si è sempre lavorato sodo, ma specie a quel tempo, in cui si ponevano le basi del nostro benessere.
(…) Il primo ricordo della mia infanzia mi pare che sia il ritorno di mio padre dall’America: era seduto in casa attorniato da parenti, che in quelle occasioni accorrevano per ricevere un regalo, e mi teneva fra le sue ginocchia. Avevo tre anni.
Il secondo, il terremoto del 1908: una notte di paura e di scompiglio. Dormivo in un lettino disteso su un cassone in un angolo della camera; mio padre mi afferrò e mi portò in fretta al pianterreno mentre la casa tremava. Dalle case vicine si levavano urla e pianti di donne e di bambini e tutti scappavano nelle strade.
(…) Mio padre, tornato da alcuni anni dall’America coi risparmi, fedele al detto calabrese: "Terra quanto vedi, vigna quanto bevi e casa quanto stai", aveva acquistato un fondo in una contrada vicina al paese si diede a migliorare il campo in collina che gli era toccato in eredità, impiantandovi un vigneto. Gli mancava la terra irrigua da coltivare a cereali; e non avendo la possibilità di acquistarla, ne prese una in affitto da un grosso proprietario. Così alla famiglia era assicurato tutto il bisognevole: olio, vino e pane. Ne avanzava anche una parte da vendere. Una famiglia, che poggiava su tali basi economiche, in quei tempi poteva dirsi agiata e poteva essere felice. Sarebbe stato così se fossero mancate altre cagioni di afflizione.
So che un altro bambino venne nel luglio del 1908 (Michele), ma la sua vita fu breve; l’inesperienza della donna che assisteva le partorienti e la mancanza di cure, o le cure sbagliate lo condussero alla tomba dopo appena quindici giorni dalla nascita. La morte del figlio scosse la salute di mia madre; e la lunga malattia si concluse con una delicata operazione (a quanto si diceva poi in famiglia, non necessaria) che la privò per sempre della attitudine a procreare. Di tutto quel tempo io serbo, più che il ricordo, l’impressione di una grande tristezza.
Al principio dell’inverno di quello stesso anno sopravvenne il disastroso terremoto che distrusse Reggio e Messina e seminò rovine in tutta la Calabria. Anche la nostra casa fu danneggiata. Mio padre non aspettò le provvidenze statali, che di solito da noi vengono avviluppate in tante formalità e cautele burocratiche, da renderle inefficaci: ricostruì dalle fondamenta il muro anteriore e alzò tutta la casa d’un piano fino all’altezza delle case attigue. Fu come elevarsi di un gradino nella scala sociale.
Più preciso è il ricordo dei soldati, specialmente gli austriaci, che non so quanto tempo dopo il terremoto vennero per costruire le baracche per coloro che avevano perduto la casa. Le costruirono in uno spiazzo ricavato da un oliveto sotto il paese. Era ancora inverno quando arrivarono. Noi ragazzi accorrevamo ad osservarli mentre lavoravano e all’ora del rancio ci contendevamo le gavette che loro ci passavano. Credo che il rancio fosse spesso di fave, perché l’odore delle fave, un odore per me gradevole, mi è rimasto quasi nel sangue e ogni volta rinnova il ricordo di quei soldati austriaci e delle baracche.>>




Compì gli studi elementari nella scuola comunale del paese: << (…) Ricordo la scuola che era una baracca. Si stava stretti nei banchi. D’inverno, accostando la mano alle fessure, si sentiva entrare l’aria fredda; ma ritornando da fare i nostri bisogni (si facevano in una stradetta vicina) pareva di entrare in una stalla tiepida. Non so esprimere ciò che provammo, quando venne annunziata l’innovazione della scuola mista e apprendemmo che d’allora innanzi saremmo stati insieme con le femmine…>>
Finite le scuole elementari, nell’ottobre del 1915 i genitori lo portarono nel Seminario di Mileto (VV), dove frequentò le medie. Non avendo alcuna vocazione sacerdotale, dopo la terza media passò prima a Palmi (RC), per frequentare la quarta Ginnasiale, e poi  a Reggio Calabria, per la quinta.
Gli anni del Liceo li trascorse a Napoli (primo anno) e a Pisa, dove conseguì la licenza nel Liceo Classico <<Galilei>>.
Acquisita la maturità, s’iscrisse durante il periodo militare alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma e si laureò poi a Napoli nel 1927.
All’epoca dell’ultimo periodo universitario napoletano, prima di conseguire la laurea, conobbe la futura moglie, dalla quale ebbe due figli.
Ben presto, però, i due si separarono.
Dal 1930 al 1931 soggiornò in Svizzera e in Francia, dove propagandò i suoi ideali di socialista e il suo radicato antifascismo, soprattutto con pungenti articoli su "Le Travail", quotidiano del partito Socialista di Ginevra, firmandosi con una S.
Seminara precisò in un’intervista: <<Lo studio del marxismo, che io cominciai in Italia prima di emigrare in Svizzera mi aprì nuovi orizzonti, quindi mi accostai agli scrittori naturalisti francesi come Zola, Balzac, Maupassant ed altri, ed agli scrittori russi dell’Ottocento come Tolstoi, Dostoevskij ed altri".  
Tra i tanti lavori che Seminara esercitò per poter vivere, ci fu anche quello di orologiaio.
Tornato al suo paese nel 1932, stette sempre vicino ai genitori, occupandosi delle poche proprietà e non esercitando mai la professione forense. Il suo palese accanimento antifascista, con il conseguente rifiuto della tessera nazionalista, gli chiuse le porte di eventuali impieghi pubblici di prestigio.
Trascorse buona parte della sua vita nella casetta rurale di Pescàno, a pochi chilometri dal centro abitato: << La mia casa è sulla sommità d’una collina dai fianchi ripidi coperti di oliveti, che dai monti si allunga verso la pianura, restringendosi alla punta estrema come un cuneo. Sorge nel punto più stretto al termine d’una spianata di vigneti.
(…) Guardare da quassù è come affacciarsi da un’ampia balconata che domina tutto il paesaggio circostante: da tre parti, tra Capo Vaticano e il Monte S. Elia, la curva dell’ultimo appennino che culmina nell’Aspromonte, davanti la pianura e più lontano la distesa del mare>>.
Qui, dall’altura della collinetta che domina il paese natio, a lume di lucerna, compose tutte le sue opere, distruggendo le precedenti d’influenza dannunziana cercando di creare qualcosa di originale, di suo.





<<Ho lavorato sempre a lume di lucerna a olio: lucerne di varie forme, di ferro con manico da portare sospese a un dito e appendere a un chiodo, di terra cotta e anche qualcuna artistica, che acquistavo durante i miei viaggi; cosicché potrei dire anch’io, come disse Campanella ai suoi accusatori: "Ho consumato più io di olio che loro di vino."
Ora che i miei genitori sono morti, l’inverno lo passo nella casa in paese. Qualcuno mi potrebbe domandare perché sono rimasto in un villaggio dell’estremo Sud, in una regione depressa. Le ragioni sono tante. È da notare che durante il fascismo rifugiarmi in questa campagna era il modo più sicuro per ingannare gli aguzzini fascisti e sfuggire alle persecuzioni. Sono rimasto qua anche perché, dopo averla vissuta, questa vita, coi genitori e in mezzo ai contadini, ho voluto studiarne i modi e le ragioni per descriverli nei miei libri. Prima, finché vissero i miei genitori, alternavo lunghi soggiorni in campagna con soggiorni invernali in città, a Roma. Ero giovane, avevo ancora molto da apprendere e sopportavo con coraggio disagi e privazioni. Ma non sono stato mai capace d’inserirmi nella società cittadina. Ora la grande città con la sua confusione, il suo traffico strepitoso e congestionato e la sua aria infetta quasi mi disgusta.
In questa casa ho scritto tutti i miei libri, spesso all’aria aperta e seduto sotto un castagno nel bosco durante la calura estiva. Le mie carte sono intrise di verde e di sole, e così le mie opere>>.


Così scrisse di lui il giornalista Enzo Nasso, in un articolo "gonfiato" apparso su "Momento sera" del 22 febbraio 1952:
<<Non fu impresa  facile raggiungere quel pezzo di campagna dove Seminara viveva da contadino, coltivando la terra con le sue proprie mani, potando le viti, innestando gli aranci, raccogliendo le ulive, nella stagione dell’olio. Fu necessario scalare una montagna di terra con la guida di un assurdo camorrista, il quale si irritava ad ogni passo con me e con sé stesso per il fatto che non riusciva ad orientarsi con disinvoltura nel labirinto dei viottoli di campagna. Come Dio volle, dopo tre o quattro ore di scalata tra la terra morbida e i rami spinosi delle siepi, raggiungendo lo strano fortilizio.
Il camorrista, diventato mansueto, urlò a squarciagola il nome dello scrittore. Seminara uscì da una capanna di legno, vestito di una lacera divisa da fante e ci offrì arance, noci  e vino, proprio come succede nei suoi romanzi. I suoi manoscritti erano seminati sul pavimento, tra sacchi di iuta ed elementari arnesi agricoli. Nessun’altra ambizione avrebbe potuto smuoverlo che non fosse l’amore per quella terra che personalmente curava. Ebbi l’impressione di trovarmi davanti a un uomo di pietra>>.
Tra il 1934 e il 1938 scrisse il romanzo Le Baracche che fu pubblicato però solo nel 1942 da Longanesi che dirigeva per Rizzoli la collana <<Il sofà delle muse>>, quando Seminara, che era stato richiamato alle armi in provincia di Cosenza, fu congedato.
"Con Le Baracche Seminara è stato colui che ha iniziato, la letteratura del nostro secolo al neorealismo ripiegandosi sul mondo del paese e della campagna. Potremmo dire che è lo scopritore del contadino>>.
Dopo l’uscita delle Baracche, lo scrittore collaborò per quotidiani e riviste nazionali.
<<Mi sono assunto il compito di dare una voce alla secolare e oscura sofferenza delle masse contadine che sono la cosa più seria, positiva e reale nella disgregata società meridionale. Che non abbia fatto propaganda politica lo provano, se non altro, le critiche malevoli, peggio a volte, il silenzio degli intellettuali di estrema sinistra>>.
Gli anni 50 gli aprirono, definitivamente, le porte dell’esigente cultura letteraria nazionale. Nel 1951 pubblicò, per la casa editrice Einaudi, Il Vento nell’oliveto; nel ’52, per Garzanti, La Masseria; nel ’53, sempre per Garzanti, Donne di Napoli; nel ’54, ancora per Einaudi,  il romanzo Disgrazia in casa Amato; nel ‘56 La fidanzata impiccata e nel ‘57 Il mio paese del Sud.
Nel 1963 esce, per i tipi Einaudi, Il diario di Laura, continuazione – o meglio seconda parte – del romanzo La fidanzata impiccata (l’opera narrativa faceva parte della trilogia: Il vento nell’oliveto – Disgrazia in casa Amato – Il diario di Laura).
Nel 1967 la casa editrice Pellegrini di Cosenza pubblica L’altro pianeta, un volume di scritti vari sulla Calabria.
Nel ’77, per le Edizioni Parallelo 38 di Reggio Calabria, esce il suo ultimo romanzo: Quasi una favola.
Tre anni dopo, per le insistenze dello scrittore polistenese Antonio Floccari, dà alle stampe la raccolta di racconti I sogni della provinciale.


      

           

 
     


Fortunato Seminara morirà il Primo Maggio 1984 ad Orvieto, nella casa del figlio Oliviero, mentre in tutto il mondo si celebrava la Festa dei lavoratori e di quel mondo contadino quasi scomparso che lui così magistralmente aveva descritto.
Oggi il suo corpo riposa nel Recinto della memoria del piccolo Cimitero di Maropati che lui giornalmente soleva visitare, intrattenendosi a meditare davanti ad una tomba, ad una fotografia ad una frase stampata sul freddo marmo; ad inseguire gesta e persone che furono, a riscoprire i personaggi delle sue opere, a ritrovare sé stesso, forse…forse anche a pregare come faceva da bambino, nel Seminario di Mileto, e come fece sul letto di morte, pensando, sospirando e desiderando identificarsi in quell’altro antico infermo disteso sulla collina, perennemente nudo e solitario: Maropati.



Dopo la morte dello scrittore maropatese, il Comitato Scientifico della Fondazione Seminara che conserva e studia tutto il carteggio, ha fatto pubblicare i romanzi inediti L’Arca e La dittatura e ha curato la ripubblicazione de La Fidanzata impiccata (inserendo nella seconda parte del volume la sua naturale continuazione: Il diario di Laura).
Molte delle opere di Fortunato Seminara sono state tradotte in diverse lingue:
Il vento nell’oliveto è stato tradotto in inglese con il titolo: The Bodley Head (London, 1958) e in portoghese;
La Masseria in lingua cecoslovacca con il titolo: Dvorec (Praha, 1963);
Donne di Napoli  in portoghese: Mulheres de Nàpoles;
I Sogni della provinciale è stato tradotto in francese e rappresentato in teatro con il titolo Gregoria.

Tra le collaborazioni giornalistiche ricordiamo quelle con:
Il Tempo;
Il Messaggero;
La Gazzetta del Mezzogiorno;
La Gazzetta del Popolo;
Il Mattino;
Il Giornale di Calabria;
L’Avanti;
numerosi periodici tra cui Oggi, Il Mondo, La Fiera Letteraria, Prospettive Meridionali, Pirelli, Tuttitalia, ecc.

Fortunato Seminara ebbe rapporti d’amicizia con Corrado Alvaro, Mario La Cava, Ignazio Silone, Pietro Nenni, Italo Calvino, Ermelinda Oliva, Gilda Trisolini, ecc.



OPERE POSTUME E RISTAMPE A CURA DELLA FONDAZIONE:

L’Arca  -  Inedito -  Pellegrini  -  Cosenza  1997
La Fidanzata Impiccata  -  Ristampa, Luigi Pellegrini editore, 2000
La Dittatura  -  Inedito,Luigi Pellegrini editore, 2002
Il Viaggio  -  Inedito, Luigi Pellegrini editore, 2003
Le Baracche  -  Ristampa, Luigi Pellegrini editore, 2003
Terra Amara  -  Inedito, Luigi Pellegrini editore, 2005
Disgrazia in Casa Amato  -  Ristampa -  Luigi Pellegrini editore, 2006
Il  Vento nell’Oliveto  -  Ristampa  -  Luigi Pellegrini editore,  2007
La masseria  - Ristampa – Luigi Pellegrinii Editore – maggio 2009
I Diari  -  Inediti – Luigi Pellegrini editore, luglio 2009
La biografia  "Vita di F. Seminara, scrittore solitario"  – Luigi PellegriniEditore  2012