donne di Napoli - Fondazione Fortunato Seminara - Maropati (RC)

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DONNE DI NAPOLI


Note critiche di Antonio Piromalli[1]



La dimensione narrativa densa di fatti, l’interesse per la vita, per i personaggi femminili, per il dramma si ritrovano anche in Donne di Napoli, romanzo ideato intorno al 1940 quale commedia di vita napoletana.
Abbandonata l’indagine sulla vita contadina di un paese del Sud, Seminara si svolge a descrivere la vita piccolo-borghese di un ambiente di grande città appartenente a un mondo socialmente disgregato. Tutta una tradizione del secondo Ottocento e del Novecento esiste intorno alla vita minuta e quotidiana di Napoli, una tradizione realistica e borghese dal cui tessuto traspare quasi sempre una trama di colore popolare. Meno vigorosa, nell’opposizione alla sfera del mondo ufficiale, di quanto non fosse la letteratura siciliana con Verga, De Roberto, Pirandello, tale letteratura napoletana è pure interessante nel suo volgersi a guardare dentro la vita sfiduciata e franta del piccolo mondo e dei borghesi. È una letteratura meridionale che in quanto descrive la vita quotidiana ha lontane ascendenze greche e romane, medievali e moderne, dal Teocrito (descrittore di colloqui delle donne siracusane al mercato e per le vie) al Boccaccio, a Masuccio, a Vittorini etc. Ma, per quanto riguarda direttamente Seminara, l’ascendenza è genericamente di tardo Ottocento e di primo Novecento. Lo scrittore allarga il suo mondo con nuove note (ricordiamo che il Seminara è anche autore di commedie, in gran parte inedite), con contrappesi cittadini ai temi paesani e contadini.
Il romanzo ha nelle linee centrali e nelle numerose scene secondarie l’andamento di una commedia un po’ stanca, che riflette una vita grigia e povera di prospettive e che alla fine si conclude, traendo la vocazione fortemente drammatica di Seminara, con la morte violenta della protagonista. Il personaggio principale è Ortensia Serena, una donna assai bella, sedotta da un medico calabrese che studia a Napoli, uno dei giovani calabresi carichi di eccitazione psicologica e umana assorbita in un ambiente chiuso, scarsi di esperienza filtrata da una civiltà che si sia equilibratamente assestata e dia luogo ad uno sviluppo normale e sereno. Il giovane calabrese ha bisogno di compiere ex-novo, senza maestri, senza mediatori, la propria esperienza, quasi sempre abnorme e disastrosa per coloro che incontra sul suo cammino.
(…) Ortensia è andata in Calabria per incontrare il seduttore e il romanzo inizia con il ritorno di Ortensia, al termine del suo viaggio. Il medico e la Calabria esistono, però, sempre sullo sfondo, la regione appare lontana, bella, selvaggia, primitiva e cocente di squilibri e di affetti.
Mentre Ortensia scende dal treno proveniente dalla Calabria incontra Antonietta, figlia di un cancelliere del tribunale, sposata con un impiegato delle ferrovie, che non vedeva da anni (…).
Ortensia dopo il ritorno dalla Calabria giace ammalata e prostrata, delirante per la febbre; durante la malattia racconta ad Antonietta della bontà e della lealtà del giovane calabrese che studiava medicina, che era venuto a stare in casa di lei e che dopo gli esami era stato guastato dai suoi in Calabria. Ortensia era andata a trovarlo dopo essere stata abbandonata, in <<un villaggio sudicio e malinconico in fondo a una valle; qualche donna freddolosa per le strade e galline che razzolavano nell’immondizie>>, il solito villaggio del Sud, la madre una donna anziana, grassa, con la testa avvolta in uno scialle di lana. La madre aveva mentito dicendo che il figlio era fuori per alcuni giorni, Ortensia era rimasta disgustata più che indignata e invece di fare del chiasso o di vendicarsi era ritornata a casa (…).
Durante il viaggio in treno aveva conosciuto Rosario che l’aveva seguita e durante i giorni della malattia era rimasto vicino al letto a guardarla estaticamente. Poi aveva detto di essere figlio unico, orfano di genitori e convivente con lo zio che lo aveva accompagnato a Napoli; Rosario era molto ricco, aveva case, boschi, masseria con buoi, greggi, oliveti, vigneti.
Ortensia e Antonietta decidono di vivere insieme prendendo in affitto una camera mobiliata al Vomero, presso una signora Belloni, giovane ancora, piacente e madre di Vanda, una ragazza moderna che appare prima  <<arruffata e con la vestaglia aperta sul petto>>, poi <<laccata e profumata>>. Presso la Belloni abita anche una vecchia mezza matta, con un vestito di velluto verde di foggia antica, stinto e logoro, una vecchia compassionevole che sogna persone d’importanza e che ha perduto il senso della propria <<persona>>. La vecchia appare, come in una commedia, oggetto di scherno da parte dei giovani che frequentano la casa della Belloni.
(…) Lo zio di Rosario, Ferdinando Calì, si reca da Ortensia per pregarla di persuadere Rosario a entrare nella casa di salute in cui egli aveva già fissato una camera. Il Calì conferma l’esistenza delle grandi ricchezze di Rosario, erede di una grande fortuna dei genitori ed eventualmente di quella dello zio, ma nello stesso tempo avverte Ortensia che Rosario è pericoloso, perfido, lussurioso: <<Corre dietro a tutte le gonnelle, scusatemi l’espressione, come il toro dietro le vacche in calore (…). I contadini hanno paura di lasciare le loro donne sole>>.
(…) Adesso Ortensia partecipa maggiormente alle riunioni di giovani che frequentano la casa Belloni, riunioni di studenti, professionisti con scarso successo, figli di professionisti <<probi e stimati>> i quali risaltano come figure e contribuiscono a meglio determinare l’ambiente.
(…) Solo uno di quei giovani, Franco, ha idee chiare e decise. Franco è contro la cultura accademica che si sfoggia <<come un vestito>>, contro i <<testi sibillini>> cui l’oscurità dà autorità, contro la problematica inutile,  per l’azione.
Ortensia lascia la casa Belloni per dissapori con Vanda, dopo che Rosario, fuggito dalla casa di salute, ritorna anche dalla Calabria. Ortensia affitta un quartiere, prende a dozzina Antonietta e uno studente in medicina, Piero Merola, presentatole da Franco, altri uomini le girano intorno per il desiderio (<<La loro bramosia era stimolata dal sospetto ch’ella fosse stata posseduta e dovesse essere una facile conquista>>).
(…) Intanto Rosario, che era stato chiuso in una casa di salute da cui era fuggito in Calabria, è ritornato a Napoli ed è sempre morbosamente innamorato di Ortensia la quale per ischerzo gli promette di sposarlo se egli le avesse portato del denaro.
(…) Ortensia si aggrappa, per non cadere definitivamente, a Pietro che conosce il suo passato e che le si presenta come la salvezza (<<Gli afferrò le mani e gliele baciò;  volle buttarsi in ginocchio ai suoi piedi, ma lui la trattenne e la fece sedere accanto a sé>>). Così comincia a scoprire aspetti nuovi nelle cose, liete sembianze, perché il tormento interiore comincia a scemare, segue una sorta di gaiezza infantile e la vergogna, di essere corsa dietro a fantasticherie sfrenate, di cui cerca di scacciare perfino il ricordo.
L’apparizione di Rosario che ritorna ricco di carica erotica e di follia fino allora contenute, di smania di attuare il folle proposito di ottenere Ortensia offrendole il denaro che le sarebbe occorso prima per aprire il negozio, la turba e le provoca uno sbandamento spirituale, una crisi di pietà e di amore verso il derelitto che aveva tentato l’impossibile per averla. La donna appare qui una creatura complessa e tormentata, nessun sentimento per lei si conclude con la pace e l’idillio: Rosario,  che ha ucciso una vecchia, temendo di andare in carcere e di perdere Ortensia, la uccide mentre essa è assopita: <<Si gettò su lei con furia selvaggia, le mise le mani alla gola e strinse finché la sentì inerte. Si sollevò, le diede un ultimo sguardo e la coprì col lenzuolo; poi andò a sedersi su una sedia lontano dal letto>>.
La vocazione di Seminara si rivela drammatica anche in una commedia.


[1] A. Piromalli: Fortunato Seminara, Rubbettino 1985.