le baracche - Fondazione Fortunato Seminara - Maropati (RC)

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LE BARACCHE


Note critiche di Antonio Piromalli[1]




Ne Le Baracche domina la coscienza della solitudine dell’uomo, dell’inutilità delle azioni umane, gli stessi umili si muovono verso il basso e lo scrittore tocca di frequente, a questo proposito, il pedale tragico: una certa atmosfera di condizione umana drammaticamente destinata alla rovina aleggia sul romanzo, una mescolanza di conscio e inconscio quale costituente il segreto fondo degli avvenimenti, di passionalità e di casualità, di capriccio e di fortuna, un confondersi di elementi che alla fine vincono il bene e le intenzioni di bene (…).
Ne Le Baracche c’è un tono corale carico di fatalità e di ineluttabilità, l’atmosfera lirica dei <<vinti>> della vita, il sentimento della vita come scacco delle illusioni e della bontà nei confronti della realtà fatta di miseria, ignoranza, invidia, arretratezza spirituale e materiale, istintività irrazionale.
Nelle baracche di un paese della Piana vivono, nel primo dopoguerra, gruppi di abitanti derelitti e diseredati, poveri, laceri, affamati, specchio dell’ambiente sordo e implacabile. Anche le donne partecipano al carattere quasi picaresco di taluni personaggi maschili, ma sono le vittime della condizione di esistenza brutale e disumana. Pare di essere fuori della vita civile e di città e civiltà nel paese non arriva neppure notizia, tutte le vicende sono serrate intorno al gruppo di baracche del paese basso con un ritmo narrativo minuto e incessante, quasi implacabile.
Micuccio Caporale, fa il buono e il cattivo tempo con gli amici succubi, con gli abitanti delle baracche per dimostrare la propria grandezza e la propria potenza.
Micuccio getta gli occhi su Cata, una bella ragazza delle baracche e cerca di farla cadere, con l’aiuto di mezzane; riesce a far correre delle ciarle intorno alla ragazza la quale in seguito alle insidie tese da Micuccio che riesce a baciarla, è considerata come una donna perduta.
Durante un pellegrinaggio alla Madonna dei Polsi, interrotto per Cata e la madre Angela da tumulti e parapiglia che vengono interpretati come segni della volontà della Madonna che Cata non debba, perché indegna, presentarsi al Santuario, un calderaio cinquantenne, Girolamo, chiede Cata in sposa alla madre. Cata sente nel suo cuore che solo Micuccio potrà essere da lei amato ma, circuita da amiche e mezzane, alla fine cede e sposa il calderaio il quale è ucciso in chiesa da uno storpio, durante la cerimonia nuziale, per disperazione. Lo storpio, Gianni di Saia, deficiente, relitto umano, aveva pensato di potere sposare Cata.
Nell’ultimo capitolo la narrazione precipita e quasi con distacco del narratore dalla sua materia la quale viene allontanata in un’atmosfera più vasta di fatalità e di necessità. La spagnola decima gli abitanti delle baracche e del paese, Cata cade inevitabilmente nelle mani di Micuccio, le baracche sono distrutte dal fuoco che si leva improvvisamente in una notte di settembre.
Qualche critico ha scritto che Seminara in questo romanzo risaliva al grande modello manzoniano e in una maniera un po’ esteriore talvolta (nella sena in cui la madre di Cata si reca dall’avvocato Cavalocchio), nella catastrofe della spagnola e dell’incendio. Tuttavia, salva restando la libertà fantastica dello scrittore, lo storico deve annotare che spagnola e incendio accaddero veramente nelle baracche di Maropati, il paese dal quale trae i motivi Seminara che, come i narratori veristi, deriva dalla realtà gli spunti della narrazione. La stessa vicenda di Cata e le angherie dei Caporale hanno traccia in fatti realmente accaduti e Seminara solleva ad altezza d’arte la vita miserabile del popolo delle baracche come, circa un mezzo secolo prima, le squallide lotte paesane tra il partito clericale e quello liberale-progressista del paese alto erano state descritte negli Scandali di Maropati da un <<Conte di Riva>> da Lugano: il Conte di Riva era, secondo la voce pubblica, un avvocato, Giuseppe Cavallari, forse lo stesso che ha fornito il modello a Seminara per descrivere l’avvocato Cavalocchio.[2]



[1] A. Piromalli: Fortunato Seminara, Rubbettino 1985.
[2] Il Conte di Riva: Gli Scandali di Maropati, 1889, s.e.